La riforma del governo non aiuta ad assumere
La disoccupazione in Italia ha raggiunto una dimensione che mette oggettivamente a rischio la coesione sociale che sin qui, nonostante tutto, nel corso di questi quattro anni difficili, ha retto. Si è accorciato il divario con la media europea, nonostante la crescita anche di quest’ultima. Sono ulteriormente cresciuti i già altissimi livelli della disoccupazione giovanile. Siamo oltre i due milioni e mezzo di disoccupati. I dati sembrano indicare qualcosa di più grave di una recessione, una vera e propria depressione dell’economia e della società nelle quali tutto si rattrappisce. Ciò implica una risposta ben più forte nel segno della liberazione della vitalità dai tanti lacci e lacciuoli che la inibiscono e ciò vale anche per la regolazione del lavoro. Il disegno di legge non deve solo migliorare rispetto a se stesso ma soprattutto rispetto alla legislazione che c’è in termini di propensione ad assumere. Sarebbe davvero antistorico un provvedimento subìto dalle imprese e percepito come una ulteriore ragione di freno ad assumere. Serve esattamente il contrario. Altrimenti è meglio tenere la regolazione che c’è.
Dal 2013 l’intero gettito dell’Imu vada ai Comuni
Il gettito dell’Imu deve andare ai Comuni visto che l’anticipo al 2012 dell’entrata in vigore dell’imposta municipale prevista dal federalismo fiscale e’ stato attuato in via sperimentale dal governo, adottando la soluzione di riservare allo Stato meta’ del gettito dell’imposta municipale sulle seconde case, e che i Comuni perdono di fatto anche il gettito derivante dall’estensione dell’Imu alle prime case, dal momento che il decreto prevede una serie di tagli molto forti al fondo di riequilibrio destinato ai Comuni.
La tracciabilita’ del tributo è gravemente compromessa (peraltro in un contesto dove inizieranno a diventare operativi i fabbisogni standard sulla spesa locale)” e in questo modo si compromette l’accountability e pertanto la soluzione adottata si si puo’ giustificare solo in via transitoria data l’emergenza fronteggiata dal decreto ’Salva Italia’ ma che non puo’ essere definitiva, pena l’alterazione di un principio fondamentale del federalismo fiscale. Occorre monitorare la puntuale attuazione delle misure previste dai decreti legislativi relativi a fabbisogni standard di Comuni e Province; individuare, entro i termini utili i costi e dei fabbisogni standard regionali; dare attuazione al federalismo demaniale e agli istituti della relazione di fine legislatura regionale e della relazione di fine mandato provinciale e comunale prevista dal decreto su premi e sanzioni per gli enti virtuosi e non.
Su questo tema ho presentato oggi una mozione che vi incollo qui sotto:
Il Senato,
premesso che:
il federalismo fiscale, se attuato coerentemente è un imponente processo di razionalizzazione della spesa (oltre 1/3 della spesa pubblica italiana è gestita dal comparto degli Enti territoriali) e quindi costituisce la spending review già attuata, grazie al lavoro svolto, in relazione a questo comparto;
premesso che:
in attuazione della legge delega n. 42 d2l 2009 sono stati definitivamente varati 9 decreti legislativi:
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federalismo demaniale (d. lgs. n. 85/2010 in G.U. dell’11.6. 2010, n. 134);
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ordinamento di Roma Capitale (d. lgs. n. 156/20010 in G.U. del 18.9.2010, n. 219 e
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funzioni e finanziamento di Roma Capitale decreto approvato il 6 aprile 2012 in via definitiva dal Governo);
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determinazione dei costi e fabbisogni standard di comuni, città metropolitane e province (d. lgs. n. 216/2010 in G.U. del 17.12.2010, n. 294);
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federalismo fiscale municipale(d. lgs. n. 23/2011 in G.U. del 23.3.2011, n. 67);
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risorse aggiuntive ed interventi speciali per la rimozione degli squilibri economici, attuativo dell’art. 16 della legge n. 5 maggio 2009, n. 42 (d. lgs. n. 88/2011 in G.U. del 22.6.2011, n. 143).
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il decreto legislativo in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e dei bilanci delle Regioni, degli enti locali e dei loro enti ed organismi (d. lgs. n. 118/2011 in G.U. del 172 del 26/07/11)
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il decreto legislativo in materia di meccanismi sanzionatori e premiali relativi a regioni, province e comuni, (d. lgs. n. d. lgs. n. 219 del 2011) pubblicato sulla a Gazzetta Ufficiale n. 219 del 20 settembre 2011.
premesso che:
con la manovra Salva Italia (Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201 convertito con la legge n. 214 del 2012:
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è stata anticipata l’IMU dal 2014 al 2012;
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sono stati rafforzati i poteri dell’Agenzia del Demanio, di fatto in parte sovrapponendoli al federalismo demaniale;
considerato che:
l’anticipo al 2012 dell’entrata in vigore dell’imposta municipale prevista dal federalismo fiscale è stato attuato in via sperimentale dal Governo, adottando la soluzione di riservare allo Stato metà del gettito dell’imposta municipale sulle seconde case, e che i Comuni perdono di fatto anche il gettito derivante dall’estensione dell’Imu alle prime case, dal momento che il decreto prevede una serie di tagli molto forti al fondo di riequilibrio destinato ai Comuni; che quindi la tracciabilità del tributo è gravemente compromessa (peraltro in un contesto dove inizieranno a diventare operativi i fabbisogni standard sulla spesa locale); che in questo modo si compromette l’accountability e pertanto la soluzione adottata si si può giustificare solo in via transitoria data l’emergenza fronteggiata dal decreto “Salva Italia” ma che non può essere definitiva, pena l’alterazione di un principio fondamentale del federalismo fiscale;
considerato che:
il cuore del federalismo è anche sul lato della spesa, attraverso i costi e i fabbisogni standard e il superamento della spesa storica in un sistema come quello italiano che fino a prima del federalismo fiscale distribuiva ogni anno (ad esempio nel 2008) ben circa 100 miliardi di euro in base al criterio deresponsabilizzante della spesa storica, per cui il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni standard è la spending rewiew attuata per il comparto degli enti territoriali (dove si colloca oltre un terzo della spesa pubblica italiana);
considerato che:
ad oggi sono in fase di imminente definizione i fabbisogni standard di due funzioni fondamentali, polizia locale e amministrazione generale e che si registrano alcune resistenze in ordine alla compilazione del nuovo questionario inviato dai Comuni in relazione alla funzione di istruzione pubblica;
considerato che:
dal 2013 il Patto della Salute deve essere costruito sulla base dei costi standard della sanità, secondo quanto prevede il d. lgs. n. 68 del 2011, in relazione ai dati dei bilanci regionali del 2011;
considerato che:
ll federalismo demaniale è stato il primo decreto legislativo (n. 85 del 28.5.10) del federalismo fiscale, ma tutto il processo è fermo, nonostante sia un provvedimento che, come ha evidenziato la Corte dei Conti, può “comportare due importanti effetti positivi: da un lato, può offrire un volano finanziario per specifici interventi di riqualificazione del territorio e, dall’altro, può rappresentare una importante opportunità per rivedere e potenziare le possibilità di utilizzo di un patrimonio spesso trascurato o messo a reddito in maniera inadeguata” (Audizione del 4.5.10). E’ fermo anche il provvedimento di attuazione più semplice: il trasferimento della proprietà delle spiagge alle Regioni, che richiede un semplice decreto ministeriale; a distanza di oltre un anno e mezzo non è ancora stato firmato. Eppure quel decreto permetterebbe di avviare un significativo processo di valorizzazione: non ha senso che la proprietà delle spiagge sia statale e quindi i canoni demaniali li incassi lo Stato, quando tutte le competenze in materia di turismo sono regionali. E’ molto più funzionale – ovviamente nel rispetto del regime demaniale, per cui le spiagge non potranno certo essere vendute – che sia un unico soggetto, la Regione, il titolare sia della funzione sia del bene: trattenendo i canoni demaniali avrà interesse a valorizzare spiagge e relativi contesti con gli strumenti legislativi e amministrativi di cui dispone. Oggi, sotto la gestione statale, i tassi di abusivismo, di assenza di controlli e di deresponsabilizzazione sono impressionanti. Così come i divari territoriali: un km di spiaggia balneabile rende in canoni 108 mila euro in Veneto e 8 mila euro in Calabria (dati Corte dei Conti). Sono disfunzioni e gap che si riducono responsabilizzando i territori inefficienti; mentre le realtà già virtuose, come il Veneto, sono pronte a valorizzare ulteriormente questa eccezionale risorsa. Non è un salto nel buio: nelle Regioni Speciali tutto questo è già avvenuto con ottimi risultati. Da tempo la regione Friuli Venezia Giulia è proprietaria delle spiagge: è la realtà italiana dove la gestione dei canoni è più regolare e dove il demanio marittimo è meglio valorizzato. Analoghe resistenze si riscontrano sui beni della Difesa, proprietaria di immobili ad alto potenziale di valorizzazione non necessari per le funzioni di sicurezza nazionale. Anche qui appare fermo, come pure sul trasferimento agli Enti locali degli altri beni;
considerato che:
il decreto legislativo su premi e sanzioni (d. lgs. n. 219 del 2011) ha previsto due strumenti (Relazione di fine legislatura regionale – art. 1 e Relazione di fine mandato provinciale e comunale – art. 4) funzionali a permettere lo svolgimento delle competizioni elettorale sulla base di dati di bilancio certificati, contrastando il fenomeno per cui spesso solo ad elezione avvenuta si è denunciata la presenza di veri o presunti buchi ereditati dalle gestioni precedenti;
considerato che:
la attuazione di questi due strumenti, per la cui operatività dipende da un decreto del Ministero dell’Interno, è stata bloccata per quest’anno e quindi le prossime lezioni amministrative non avverranno sulla base di questo strumento fondamentale di responsabilizzazione;
Impegna il Governo:
ad adottare tutte le misure necessarie alla corretta e puntuale attuazione dei decreti legislativi sul federalismo fiscale; in particolare:
- assumendo le iniziative opportune affinché l’Imu, introdotta in via sperimentale dal 2012, dal 2013 sia razionalizzata e corretta in modo da assicurare la destinazione dell’intero gettito ai Comuni, compensando con una riduzione delle altre compartecipazioni a tributi erariali;
- monitorando la puntuale attuazione delle misure previste dai decreti legislativi relativi a fabbisogni standard di Comuni e Province;
- ad individuare, entro i termini utili ad una corretta e puntuale applicazione del decreto legislativo n. 68/2011, art. 27 “Determinazione dei costi e dei fabbisogni standard regionali”:
le cinque Regioni da sottoporre alla Conferenza Stato Regioni per l’individuazione delle tre Regioni di riferimento, che devono aver garantito l’erogazione eccellente (anno 2011) dei Livelli Essenziali di Assistenza (standard, appropriatezza, efficienza, efficacia) e l’equilibrio economico intendendo a riguardo in modo esplicito il pareggio di bilancio, secondo, peraltro, i criteri precisati analiticamente dalla norma citata;
- dando attuazione al federalismo demaniale;
- dando attuazione agli istituti della relazione di fine legislatura regionale e della relazione di fine mandato provinciale e comunale.
La politica dia risposte alte
Caro direttore, si è esplicitamente aperto il cantiere per la costruzione di una rappresentanza politica unitaria dei moderati. Si tratta di un’impresa necessaria e possibile. E realizzabile ad alcune condizioni. Che costituisca una novità sostanziale nel modo di dialogare con gli elettori, di formare e selezionare la classe dirigente, di finanziarsi, come ha proposto Alfano. Che si rimuovano opportunismi e rendite di posizione che viziano una parte delle nomenclature che vi dovrebbero concorrere. E, soprattutto, che si vogliano rappresentare le caratteristiche profonde della società italiana e le loro potenzialità per superare la crisi. Vi è infatti l’esigenza di definire un profilo identitario forte — ma inclusivo — di questo progetto al quale possono concorrere le fondazioni con dichiarata valenza politica come Magna Carta.
Nei giorni scorsi essa ha aperto un confronto, innanzi tutto interno al PdL, sulla necessità di ripartire dagli elementi fondamentali della proposta politica, collocando la novità che vogliamo costruire nel solco di quelle più antiche tradizioni del nostro popolo che hanno saputo resistere alle intemperie dei secoli. E ciò non solo per renderla resistente alle spinte disgreganti, ma ancor più per definire una offerta politica tendenzialmente maggioritaria in quanto percepita come idonea a contrastare la crisi in atto, la più grande dell’epoca moderna. Grande perché espressione di un circolo vizioso che ha investito la vitalità stessa delle società occidentali, determinandone il declino demografico e, con esso, quello economico e sociale. Abbiamo assistito infatti al progressivo allontanamento dagli elementari valori della vita, della famiglia naturale, delle forme comunitarie e solidali e alla diffusione di un pericoloso individualismo tecnocratico, fonte di solitudine nella dimensione privata e di fallimenti nell’ambito pubblico. Mai come ora le nostre società inquiete e disorientate invocano una risposta alta della politica. La stessa antipolitica ne è, a suo modo, una manifestazione disperata.
Tocca ai moderati — a coloro che hanno saputo resistere al fascino delle ideologie stataliste e totalitarie del 9oo e alle loro derive decadenti —opporre vitalismo a nichilismo secondo una visione positiva dell’uomo e della sua attitudine alla socialità. Solo da questa premessa antropologica può infatti derivare la ripresa demografica, una libera educazione morale, un senso del lavoro e della responsabilità che sia parte del senso della vita, un rinnovato dinamismo produttivo, una concezione liberale delle regole e del rapporto tra spese e tasse, una solidarietà che capacita più che assistere. Si tratta di fondare ogni politica pubblica su un umanesimo condiviso da credenti e non credenti accomunati da quella laicità matura che riconosce la verità rivelata dall’esperienza e rifiuta ogni forma di relativismo etico.
E in questo percorso bisogna saper assumere, quale basico contenuto distintivo, quei principi essenziali e connaturati alla persona che nessun calcolo politico contingente può far ritenere negoziabili. La stessa Europa ne ha bisogno se vuole ritornare nel solco tracciato dai padri fondatori e da esso trarre la motivazione per definire finalmente gli strumenti comuni per la stabilità e la crescita. Per questa ragione è l’ora del popolarismo nonostante i limiti di alcuni suoi interpreti europei. Solo coloro che sanno conservare i valori della tradizione popolare possono infatti aspirare ad essere autentici modernizzatori, in quanto ansiosi di rendere quei valori effettivi nella realtà che cambia. Il futuro ha un cuore necessariamente antico.
Maurizio Sacconi e Gaetano Quagliariello, Corriere della Sera.
Una riforma che ostacola l’occupazione
Caro Direttore, nel momento di inizio dell’esame parlamentare del complesso disegno di legge sulla controversa materia del lavoro, può essere utile chiarire ancor più uno dei punti di vista. Quello di coloro che tanto hanno sostenuto l’annuncio di una riforma coerente con le univoche indicazioni europee e degli istituti internazionali, quanto sono rimasti delusi dall’esito complessivo del lungo negoziato. Essi sono arrivati a condividere per mesi con il Governo la faticosa esposizione mediatica in materia di licenziamenti nell’affidamento di una linea ferma e di un veicolo normativo veloce, convinti di assorbire il danno del messaggio ansiogeno con il vantaggio della maggiore occupazione.
A differenza dei precedenti provvedimenti, il Governo è stato invece costretto ad un processo decisionale lento ed asimmetrico nella ricerca del consenso. Al punto che le posizioni iniziali si sono rovesciate. Esprime soddisfazione la Cgil, il cui veto è stato premiato, dissentono le imprese. La proposta del Governo compensa infatti una incerta — e perciò inefficace —flessibilità «in uscita» non solo con una maggiore sicurezza, ma anche con una diffusa rigidità «in entrata». Diventano scoraggiate le forme di impiego a termine, spesso prive di alternative con la sola eccezione del sommerso, rimangono scoraggiate le assunzioni a tempo indeterminato in assenza di certezze sui tempi e modi di risoluzione del relativo rapporto. Ma ancor peggiore delle singole disposizioni è il «mood» complessivo del disegno di legge che ne rende difficile l’aggiustamento. Esso trasuda in ogni sua parte — anche quando vorrebbe favorire l’impresa nelle sue esigenze organizzative o capacità formative — diffidenza ed ostilità verso i datori di lavoro. Si assumono a riferimento comportamenti patologici, anche estremi, e si impongono in conseguenza vincoli, adempimenti, sanzioni, oneri con una implicita minaccia di intense ispezioni formalistiche. La stessa modifica dell’articolo i8, in quanto viziata dalla complessità delle disposizioni e dalle assolute incertezze giurisprudenziali, non determina da sola una, per quanto timida, giusta direzione di marcia.
Diventerebbe, in questi termini, il primo provvedimento dal saldo regressivo dopo quindici anni positivamente segnati — dalla legge Treu, alla legge Biagi alle numerose misure del recente triennio — dalla volontà di liberare, poco o tanto, l’impresa dall’atavica inibizione ad assumere. Persino il governo Prodi, nonostante la ingiusta campagna contro la legge Biagi, non se la sentì di correggerne significativamente le flessibilità che tanta occupazione regolare stavano aggiungendo. Il presidente Monti e il ministro For-nero hanno certamente operato in condizioni istituzionali, politiche e sociali difficili nella materia più segnata dal nostro particolare novecento ideologico.
Ora, tuttavia, dovrebbero ascoltare con umile attenzione le ragioni delle imprese, confermate dai consulenti del lavoro e da molti giuristi, in quanto la posta in gioco è alta ed unisce credibilità internazionale con quella propensione ad investire ed assumere che solo le imprese stesse possono garantire. Dichiarandosi disponibili a condurre l’esame parlamentare — già in sé pericoloso per il tempo pre-elettorale e la complessità della materia usualmente mediata da deleghe — non tanto a correzioni marginali ma ad una complessiva ripulitura da tutto ciò che costituisce freno al lavoro.
Se, al contrario, si chiuderanno in una arrogante presunzione di autosufficienza, potranno avere anche il voto del Parlamento ma non riceveranno quello immediato dei mercati e quello di una società che, almeno a posteriori, imputerebbe loro l’ulteriore, probabile, rattrappimento occupazionale.
Corriere della Sera, 11 Aprile 2012
Il Governo Monti ascolti le imprese
Il presidente Monti dovrebbe ascoltare con serenità ed interesse le ragioni critiche delle imprese, dei consulenti del lavoro, di molti tecnici del diritto che segnalano, nella riforma presentata dal Governo, la larga prevalenza di norme che evidenziano diffidenza e ostilità della amministrazione verso i datori di lavoro, inibizione all’uso dei contratti flessibili in un tempo di incertezze, maggiore costo del lavoro ed una “compensazione” sull’art.18 che non introduce certezze sulla risoluzione del rapporto di lavoro. E’ necessaria una diffusa ripulitura del testo da vincoli, sanzioni, complesssita’, oneri che ne rovesci l’approccio punitivo. A meno che non prevalga una lettura politicista fondata sulle convenienze del palazzo e non su quelle della maggiore occupazione. Sarebbe una assurda contraddizione per il governo tecnico.
Preoccupa il giudizio delle imprese
Stiamo purtroppo parlando di un disegno di legge prescrittivo e nemmeno con contenuti di delega sui temi prevalenti. Si tratta quindi di un processo legislativo complesso, a un anno dalle elezioni, sulla materia più divisiva tra gli stessi grandi partiti che sostengono il Governo. Conterà quindi anche il dettaglio, ove si nasconde spesso il diavolo, per stabilire il saldo finale della riforma e in particolare se farà fare un passo indietro o un passo avanti nella motivazione delle imprese ad intraprendere ed assumere in un tempo di aspettative incerte. Preoccupa quindi il giudizio delle imprese che temono flessibilità in uscita incerta contro rigidità in entrata più certa. E non si dimentichi l’esplosione della disoccupazione che si è collocata ben al di sopra dei livelli più contenuti del periodo della gelata dell’economia globale.
La riforma non renda più difficile assumere
Preoccupa, e non poco, l’esplosione del tasso di disoccupazione dopo che negli anni della gelata dell’economia globale in Italia era rimasto più contenuto che altrove. Esso sollecita ancor più un tempestivo completamento delle riforme del lavoro, tale da produrre una maggiore propensione da intraprendere ed assumere in quanto le imprese sono scoraggiate dalle aspettative incerte e dalle ipotesi di nuove rigidità nella gestione dei rapporti di lavoro. Spetta al Governo dire quale sia un punto di equilibrio tra flessibilità e sicurezza che in relazione anche alle valutazioni della Commissione europea produca un saldo positivo per l’occupazione. Guai a noi se la riforma dovesse definirsi in termini di complessiva maggiore rigidità e quindi di minore propensione ad assumere.
Lavorare in più, di più, più a lungo
I Valori,la Visione, l’Azione del Popolo della Libertà per il lavoro
> Il PDL considera il lavoro, dipendente e indipendente, non solo fonte di reddito ma ancor più attività con la quale ciascuno può esprimere le proprie potenzialità, migliorando la propria personalità e così anche le comunità di appartenenza, dalla famiglia all’impresa, dal territorio alla nazione; il senso del lavoro presuppone quindi il senso della vita nella relazione con gli altri; il lavoro e’, con gli affetti ed il riposo, componente essenziale della vita buona di ciascuna persona, di tutte le persone; la vita buona si realizza nella società attiva;
> il PDL promuove la società attiva in primo luogo attraverso il riconoscimento, anche nel lavoro, della maternita’ e della paternita’ quale fondamentale compimento della persona; le regole funzionali alla conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di famiglia a partire dalla modulazione degli orari; la diffusione dei servizi, anche aziendali, all’infanzia; la maggiore inclusione delle donne nel lavoro attraverso investimenti mirati nelle competenze e nell’autoimprenditorialita’;
> il PDL associa al lavoro i concetti di responsabilità e di sicurezza secondo un necessario equilibrio di diritti e di doveri; per questo esso sostiene il coinvolgimento dei lavoratori nella vita dell’impresa in quanto comunità di interessi e di valori ove tutti si riconoscono ed accettano condividendo non solo le fatiche ma anche i risultati attraverso il salario premiale, la solidarietà nelle difficoltà transitorie, provvidenze integrative per sé ed i componenti del nucleo familiare; per questo, quando il rapporto fiduciario o l’equilibrio economico si interrompono, ritiene possibile attraverso la contrattazione aziendale definire motivi e tutele per la risoluzione del rapporto di lavoro affinché l’impresa continui, attraverso la coesione e l’efficienza, a crescere ed assumere; per questo il PDL promuove la dimensione comunitaria e solidale dei territori attraverso la collaborazione delle istituzioni con le agenzie private, i servizi di collocamento presso le scuole e le universita’, le organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori in funzione dell’accompagnamento dei disoccupati e degli inoccupati ad opportunità di lavoro o di autoimpiego;
> il PDL ha ispirato a questi valori, a questa visione, le intense iniziative per il lavoro del Governo Berlusconi in un tempo eccezionalmente difficile per la conservazione e la creazione di occupazione; la responsabilità si e’ definita in capo alle istituzioni statuali e regionali, alle organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori, alle stesse persone; la sicurezza si e’ realizzata in termini di straordinari investimenti pubblici nel sostegno al reddito degli inattivi, in un mercato del lavoro più efficiente e trasparente attraverso il collocamento liberalizzato, il monitoraggio dei mestieri richiesti e il portale dei servizi di collocamento, in migliori opportunità educative e formative grazie alle relative riforme, nella detassazione dei salari collegati alla produttività, nelle maggiori capacità della contrattazione aziendale anche in deroga a norme di legge, nella tutela della salute nei luoghi di lavoro secondo criteri più sostanziali e meno burocratici, nell’emersione del lavoro sommerso attraverso modalità semplificate come i voucher e migliori attività repressive degli illeciti, nella maggiore sostenibilità del sistema previdenziale in forza delle nuove regole sull’età di pensione;
> il PDL opera per liberare e mobilitare le energie vitali della società italiana, a partire dai più giovani ai quali tutti vuole siano offerte opportunità di accesso alle qualificazioni superiori cui sono diversamente vocati, collegando scuole ed università alle imprese e al mercato del lavoro, rivalutando le conoscenze matematiche, tecniche, scientifiche ed il lavoro manuale, promuovendo il nuovo apprendistato non solo quale modo prevalente di accedere al lavoro, ma anche come percorso formativo per acquisire diplomi e qualifiche professionali, lauree, dottorati di ricerca, praticantati professionali; per questo sostiene la limitazione dei tirocinii alla sola fase educativa e la abrogazione delle collaborazioni coordinate e continuative o a progetto;
> il PDL sollecita la migliore remunerazione del lavoro attraverso l’ulteriore evoluzione dei modi con cui definire il salario sulla base di contratti nazionali “minimi” e di accordi aziendali, collettivi e individuali, che lo colleghino al merito soggettivo e ai risultati oggettivi secondo una tassazione, per questa parte crescente, definitivamente agevolata e separata;
> il PDL ritiene siano mature le condizioni per completare, generalizzandolo, razionalizzandolo e adattandolo alle diverse dimensioni di impresa, il sistema di ammortizzatori sociali fondato sulla assicurazione obbligatoria di tutti i lavoratori economicamente dipendenti, qualunque sia il contratto di lavoro, e per aggiungere sussidi attraverso forme di assicurazione collettiva promosse dalle parti sociali con i loro organismi bilaterali;
> il PDL condivide le sollecitazioni delle istituzioni europee ed internazionali tutte per un mercato del lavoro italiano ancor più capace di conciliare sicurezza dei lavoratori e flessibilità organizzativa delle imprese; a questo scopo propone il dovere delle Regioni e dei datori di lavoro che riducono l’occupazione di sostenere insieme le attività, private e pubbliche, di ricollocamento e formazione dei lavoratori costretti – e responsabili – nella ricerca di un nuovo lavoro;
> il PDL riconosce il valore primario di quella sicurezza sociale che si realizza con i due pilastri previdenziali, quello obbligatorio – su base contributiva – e quello complementare, per i quali chiede una regolazione europea quanto più convergente; per questo esso intende sostenere la diffusione della cultura previdenziale – prevedere per provvedere – e del relativo risparmio volontario che può affluire tanto alla gestione obbligatoria per coprire, ancor più ora, periodi carenti, quanto alle forme complementari opportunamente incoraggiate; per questo opera per l’allungamento della vita lavorativa;
> il PDL , soprattutto in un tempo di cambiamenti epocali e di diffuse insicurezze, combatte la solitudine delle persone di fronte alle difficoltà attraverso la maggiore protezione economica e professionale dei lavoratori, quale può essere garantita non solo dallo Stato ma anche, in sussidiarietà, dai corpi sociali e dalle molteplici forme comunitarie; il PDL confida che, a dieci anni esatti dalla morte di Marco Biagi, la nazione intera voglia trarre dalla sua memoria oggi condivisa la forza, anche morale, per superare barriere e pregiudizi realizzando un moderno “Statuto dei Lavori”.
Il Ddl rischia di essere un atto di resa
La definizione della riforma del lavoro da parte del Governo attraverso un disegno di legge ordinario rischia di essere un atto di resa ai veti ideologici e la rinuncia a quel vero cambiamento così atteso dalle istituzioni comunitarie e internazionali. Nelle concrete condizioni istituzionali e sociali che caratterizzano l’Italia una riforma lungamente trascinata ed espressione delle variabili geometrie parlamentari è destinata a produrre maggiore rigidità e un prolungato clima conflittuale ad opera dei solitti noti. Chi si era illuso della stessa determinazione manifestata per il fisco, le pensioni e le liberalizzazioni, ritroverà ora, per il tema emblematico del lavoro, il già noto contesto del “non possumus”.




