Il Governo non prenda le distanze da se stesso
Il Governo tra poco incontrerà le parti sociali per registrarne le posizioni. Se tuttavia esso dovesse ancora modificare la propria proposta in relazione alle pressioni rivoltegli dalla Cgil e dal Pd, è bene ricordare che questa riforma ha senso se aumenta la propensione ad assumere delle imprese e quindi convince le imprese stesse. Se, al contrario, si accresce l’inncertezza sui modi di risoluzione del rapporto di lavoro e si scoraggiano l’apprendistato, i contratti a orario modulato e i contratti a termine, il risultato sarebbe quello di un peggioramento della regolazione e quindi dell’attitudine a promuovere posti di lavoro aggiuntivi. Insisto a dire, secondo l’uso delle mie parti, attenzione al tacon peso del buso. Il Governo non prenda le distanze da se stesso.
Nel solco di Marco Biagi
Caro Direttore,
la prossima presentazione di un ulteriore atto di riforma del lavoro induce in noi una prima amara considerazione sul tempo perduto. Ben undici anni or sono, Marco Biagi ha disegnato, attraverso il Libro Bianco che gli chiedemmo di redigere, un percorso riformatore fondato sulla preveggente analisi delle nuove, sregolate, pressioni competitive globali e delle caratteristiche sempre più mobili del mercato del lavoro. Per la prima volta si introduceva esplicitamente nel confronto politico e sociale la necessità di coniugare profili di flessibilità delle imprese e di sicurezza dei lavoratori trasferendo il cuore delle relative tutele dal singolo posto di lavoro all’insieme del mercato del lavoro.
Furono ipotizzate, in via cautamente sperimentale, modifiche al poi noto art.18. La reazione di alcuni ambienti politici, sindacali ed accademici, nonostante il metodo della preliminare, pubblica consultazione e poi del dialogo sociale, fu violenta. Si parlò di “libro limaccioso” e di “macelleria sociale”, fu criminalizzato l’autore di quelle proposte, furono organizzate mobilitazioni di piazza anche successivamente al suo assassinio ad opera di terroristi.
L’esito fu un Patto Sociale non unanime, una riforma con cui si definirono nuove modalità di ingresso nel lavoro e più efficaci servizi di collocamento, un primo significativo incremento della indennità di disoccupazione. Di più non fu consentito dalla esasperata conflittualità. Eppure, da allora e fino al tempo della grande crisi, si generarono oltre un milione e mezzo di posti di lavoro. Negli anni del precedente governo altri passi sono stati compiuti nella medesima direzione come quell’ampliamento della capacità contrattuale nelle aziende e nei territori, anche in materia di licenziamenti, che corrispondeva ancora alle intuizioni federaliste di Marco Biagi. Ma, permanendo un anomalo, accesissimo, contrasto politico non fu possibile chiedere di più agli interlocutori sociali che oggi, nel mutato contesto, hanno consentito al varo di interventi destinati a modificare anche il simbolo delle resistenze ideologiche al nuovo mondo.
Ora la responsabilità delle decisioni passa al Parlamento il cui compito sarà quello di considerare non solo l’equilibrio complessivo della riforma ma anche la concretezza dei suoi singoli atti in modo che, al di là dei simboli e senza scambi astratti, possa effettivamente prodursi una maggiore propensione delle imprese ad intraprendere ed assumere in un tempo carico di incognite e di variabili imponderabili. A tutti vogliamo insieme, al di là della nostra diversa collocazione parlamentare e delle specifiche valutazioni di merito che daremo, ricordare il tempo vissuto perché non si riproducano modalità conflittuali che, nel linguaggio o nei comportamenti, possano sollecitare quelle attitudini alla violenza sempre latenti in un Paese nel quale sono stati copiosamente diffusi i germi dell’intolleranza ideologica. Abbiamo, come comunità, già pagato molto in termini di vite spezzate e di prezioso tempo perduto. Gli imprenditori, soprattutto piccoli e medio-piccoli, ed i lavoratori condividono oggi la terribile insicurezza del reddito e di una stessa vita attiva. Ad essi la politica, la buona politica, dovrà saper offrire con la sobrietà delle decisioni e la lucidità della visione che le ispira quella speranza che mobilita la responsabilità di ciascuno.
Maurizio Sacconi e Roberto Maroni, lettera a Il Corriere della Sera
Interrogazione su defiscalizzazione contratti di prossimità
Insieme con una quarantina di senatori del mio gruppo, ho depositato oggi pomeriggio un’interrogazione al Governo per avere urgenti rassicurazioni in ordine alle molte anticipazioni che danno imminente l’emanazione di un decreto restrittivo e peggiorativo rispetto alle misure di defiscalizzazione attualmente vigenti e funzionali a incentivare le forme di remunerazione variabile e di risultato disposte dalla contrattazione aziendale e territoriale. Se infatti il Governo Monti arretrasse riducendo i benefici legati alla contrattazione di prossimità, non solo aumenterebbe il costo del lavoro a danno delle imprese che hanno investito in relazioni industriali partecipative e propulsive, ma entrerebbe in clamorosa contraddizione con i costanti inviti degli organismi internazionali, dalla Commissione Europea alla BCE, dal FMI all’OCSE, a spostare il baricentro del modello italiano dal contratto nazionale, inevitabilmente rigido e burocratico, ai contratti locali e aziendali, per la loro natura dinamici e in grado di liberare efficienza organizzativa ed energia competitiva nel sistema delle imprese.
Di seguito il testo dell’interrogazione presentata:
INTERROGAZIONE
Premesso che:
a) per effetto di quanto previsto dalle disposizioni in materia di trattamento fiscale e contributivo della remunerazione di risultato corrisposta in adempimento della contrattazione aziendale e territoriale emanate nel 2011, è affidata al Governo la determinazione della misura effettiva dell’incentivazione a tali forme di reddito;
b) sono sempre più insistenti le anticipazioni che vorrebbero, nel decreto che dovrà essere emanato dal Ministero del Lavoro di concerto con quello dell’Economia e delle Finanze, significativamente ridotti sia le percentuali di detassazione e di decontribuzione, sia il tetto reddituale entro cui far operare le percentuali medesime;
considerato che:
1) una riduzione degli incentivi a favore della contrattazione di prossimità rappresenterebbe una contraddizione patente con tutte le indicazioni provenienti dai maggiori organismi e istituzioni internazionali, che invitano al contrario l’Italia a depotenziare il contratto nazionale e a favorire le dimensioni aziendale e territoriale della contrattazione, considerate naturalmente idonee a promuovere la produttività e la competitività del nostro sistema economico;
2) tale riduzione rallenterebbe le migliori esperienze nazionali di valorizzazione delle relazioni industriali e del loro assetto collaborativo come vettore di efficienza competitiva, penalizzandole con un incremento inatteso del costo del lavoro e con un’alterazione dei loro ormai definiti equilibri organizzativi e remunerativi;
i sottoscritti chiedono al Governo, e in particolare al Ministro dell’Economia e delle Finanze e al Ministro del Lavoro, di voler dare con urgenza rassicurazioni in ordine al fatto che non saranno emanati provvedimenti peggiorativi delle attuali condizioni fiscali e contributive di favore nei riguardi della contrattazione di prossimità.
Maurizio Sacconi
Pasquale Giuliano
Guido Possa
Maurizio Castro
Alessio Butti
Mario Ferrara
Simonetta Licastro Scardino
Franco Pontone
Tomaso Zanoletti
Cosimo Latronico
+ altri 28
Attenzione all’eccesso di trattativa
L’esperienza ci insegna che l’eccesso di trattativa puo’ condurre a testi contraddittori o comunque tali da non offrire quelle certezze di cui hanno bisogno gli imprenditori e i lavoratori. Questa riforma viene sollecitata dalle istituzioni comunitarie e monitorata dai mercati finanziari con lo scopo di verificare se davvero fa crescere la propensione ad assumere e ad intraprendere in un tempo di aspettative incerte. Ma se il risultato dovesse essere una maggiore rigidita’ in ‘entrata’, la stessa o quasi rigidita’ in ‘uscita’ e un aumento del costo indiretto del lavoro, gli effetti potrebbero essere ulteriormente depressivi. Attenti quindi al tacon peso del buso. Mai come in questo momento le decisioni devono essere prese non per soddisfare le nomenklature ma per aiutare la vitalita’ economica e sociale.
Il sacrificio di Marco e quell’ultimo miglio in suo nome
Caro direttore, a dieci anni dall’odioso assassinio, Marco Biagi viene ricordato con crescente partecipazione. Circa 600 persone hanno affollato, in un primo pomeriggio feriale, l’usuale evento promosso a Roma dal centro studi Adapt da lui stesso fondato, le istituzioni e i corpi sociali bolognesi si sono successivamente riuniti per l’annuale premio nel suo nome del «Carlino» ed oggi, tra Modena e Roma, si svolgeranno il periodico convegno internazionale di studi comparati e la commemorazione formale alla presenza del presidente della Repubblica. Senza dimenticare che, con intensità senza confronti, numerosi luoghi di incontro pubblico continuano ad essere dedicati all’opera di colui che voleva ricondurre ad una dimensione più naturale ed europea l’anomala regolazione del lavoro in Italia.
Eppure molte sono state le vittime del terrorismo nel corso della sua scia quarantennale al punto da sollecitare tuttora attenzione alle persistenti forme di antagonismo violento e prevenzione per i suoi possibili obiettivi. La spiegazione è tutta nel suo robusto lascito progettuale che ancora oggi ispira il tentativo in corso di realizzare una sorta di «ultimo miglio» del faticoso percorso riformatore avviato circa quindici anni or sono. A partire dalla metà degli anni ’9o, Marco Biagi consigliò i decisori delle opposte coalizioni susseguitesi di definire una nuova disciplina del lavoro nel segno dell’equilibrio tra le esigenze di flessibilità delle imprese nel nuovo contesto competitivo globale e di sicurezza dei lavoratori in un mercato del lavoro sempre più mobile. Dopo il primo, timido, atto legislativo molti altri seguirono nel suo nome con evidenti risultati in termini di occupazione fino alla recente crisi globale.
La capacità dei riformisti è sempre stata quella di interpretare con anticipo i cambiamenti sollecitando strumenti idonei a rivolgerli verso il bene comune. Egli era assistito peraltro dai valori della tradizione cristiana che lo portavano a collocare al centro della regolazione e dell’azione pubblica la persona nella sua naturale aspirazione a realizzare il proprio potenziale, in relazione con gli altri, attraverso il lavoro in imprese concepite come luogo della possibile condivisione comunitaria delle fatiche e dei risultati. Gli si opposero con durezza i molti che in Italia continuavano a privilegiare il conflitto di classe anche a prezzo del declino produttivo ed occupazionale. Ora, per uno scherzo del destino, ci è data l’occasione, nell’emblematico anniversario, di trarre dal suo consapevole sacrificio la forza per uscire definitivamente dal Novecento ideologico nel segno di un riformismo condiviso dai due grandi partiti popolari. Senza vinti né vincitori, se non i giovani cui aprire opportunità. E ciò comporta inesorabilmente un atto di concreta discontinuità soprattutto per il simbolo di quel tempo andato nel quale le rigidità regolatorie erano giustificate dalla presunta stabilità degli andamenti economici.
Con tutti i vantaggi diretti e, ancor più indotti, che ne potrebbero conseguire per la vitalità economica, per la propensione ad intraprendere ed assumere in un tempo di aspettative incerte. Se ne saremo capaci, dimostrando a noi stessi e agli altri volontà di reagire al declino, saremo abilitati non solo a produrre un nuovo, semplice, testo unico sul lavoro, ma soprattutto a chiamarlo, come Marco sognava, Statuto dei Lavori, di tutti i lavori.
Corriere della Sera, 19 Marzo 2012
La mia intervista a Il Piccolo
«Il premier ce la farà se ascolta le imprese. L’Italia ora è matura»
Sacconi, ex ministro al lavoro, condivide l’accelerazione: «Ma guai a presentare una riforma contro le aziende»
Finalmente si può finire il percorso ispirato da Marco Biagi.
L’articolo 18 va rivisto Ma il cuore del problema sono i licenziamenti disciplinari.
Ho sostenuto Fornero sin dall’inizio Voteremo senz’altro sì
di Marina Nemeth TRIESTE «Non si può fare una riforma del lavoro contro le imprese. Mi auguro contro nessuno, ma certamente non si può pensare di incoraggiare ad assumere presentando un progetto non condiviso dalle aziende, grandi medie o piccole. Non dimentichiamo la ragione di questo intervento riformatore: aumentare la propensione ad investire e quindi ad assumere in un periodo di aspettative incerte». Secondo Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro nell’ultimo governo Berlusconi e autore dei primi interventi legislativi sulla via di un nuovo regime del mercato, la golden share fra governo e parti sociali in un momento in cui la trattativa vira di nuovo su toni duri e distanti, non può che andare al mondo imprenditoriale: «Perché lo scopo della riforma è quello di creare nuova occupazione, e dunque bisogna ascoltarlo».
Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia chiede una riforma vera e profonda.
Le imprese ci dicono tre cose. Primo, che in questa stagione difficile non si può aumentare il costo indiretto del lavoro (tasse e contributi) ma che sarebbe giusto diminuirlo. Questo è un punto che nella riforma andrebbe corretto. Secondo, che va mantenuta, soprattutto per i contratti di apprendistato e ad orario modulato, una regolamentazione semplice. Terzo, che è necessaria una riforma vera dell’articolo 18. Sono appelli che vanno ascoltati se si vuole aumentare la propensione ad assumere.
La flessibilità con l’articolo 18 è un altro nodo difficile da sbrogliare.
L’articolo 18 va corretto. Ma il cuore del problema sono i licenziamenti disciplinari. Oggi un datore di lavoro sa che se licenzia dipendenti incapaci il giudice li potrà reintegrare, magari dopo 5 o 6 anni e dovendo pagare tutti gli arretrati. Questo sistema non conviene a nessuno e va cambiato. Bisogna rimuovere la prospettiva che un rapporto di lavoro sia paragonabile ad un vincolo matrimoniale. I lavoratori licenziati avranno bisogno di ammortizzatori sociali. Anche questi sono da riformare. Il lavoratore va protetto in termini di adeguato indennizzo e di servizi alla rioccupazione
Come?
È necessaria una più robusta indennità di disoccupazione. Coinvolgendo anche le regioni, che devono avere la capacità e la possibilità di non lasciare solo il disoccupato mettendo in atto servizi di formazione che possano riqualificarlo e rimetterlo sul mercato. I lavoratori vanno protetti.
Sulla riforma del lavoro la strada sembrava in discesa. Ora invece sia sindacati che imprese impongono nuovi paletti.
Le riforme del lavoro sono sempre state particolarmente complesse dal punto di vista del consenso. Questo perché, tradizionalmente, nell’esperienza italiana, vi è stato un sovraccarico ideologico. E il tema di questa riforma è proprio la completa e definitiva fuoriuscita dal Novecento ideologico, dall’abbondanza di significati simbolici che hanno reso difficile un approccio più naturale alla regolazione del lavoro. Ma ora la società italiana è cambiata.
In che senso?
Lunedì ricorderemo il decimo anniversario di una vittima di questo conflitto ideologico, il giuslavorista Marco Biagi. Non ci si può stupire se nel compiere l’ultimo miglio di questo percorso riformatore, che proprio Biagi ha ispirato a settori sia del centrodestra che del centrosinistra, ci siano ancora resistenze. Opposizioni che però sono convinto non trovano grande consenso sociale. Gli italiani sono maturati e cresciuti rispetto al tempo in cui Biagi fu assassinato per le sue intuizioni.
Secondo il presidente Monti la riforma del lavoro si chiude entro la prossima settimana. È troppo ottimista?
Penso sia nel giusto. Ha posto una deadline, che del resto gli è stata imposta dalla forte attenzione dei mercati e dai partner europei, che aspettano l’Italia a questo appuntamento forse con ancora più interesse rispetto alle cose positive già fatte.
Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni teme un gioco al massacro fra parti contrapposte che potrebbe portare a una decisione unilaterale del governo.
Penso si riferisse alle posizioni rigide del segretario Cgil Camusso. Però è evidente la sua preoccupazione. L’importate è che l’esecutivo, avendo ascoltato intensamente tutte le parti, sia in grado di ridurre al minimo il dissenso. Mi auguro che dopo tanti conflitti ideologici sul lavoro sia arrivato il tempo di una lettura naturale di questi problemi.
Lei è stato ministro del Lavoro, e in quel ruolo aveva già iniziato un percorso di riforme. Come valuta l’azione e le proposte del governo?
Ho sostenuto il lavoro del ministro Fornero in questi mesi, tanto che sono considerato un raro caso di predecessore che sostiene il suo successore. E concordo con la linea di coniugare flessibilità e sicurezza: flessibilità per le imprese, sicurezza per i lavoratori.
Quindi quando questa riforma andrà in Parlamento la voterete?
È evidente che la voteremo. Il punto è farla bene e ciò significa ascoltare tutte le imprese e proteggere i disoccupati. Questi sono i nostri due paletti.
Come valuta le dichiarazioni di Monti sulla riforma del lavoro e sulla Fiat di Marchionne?
Monti ha fatto sul lavoro un intervento di alto profilo, che condivido e penso debba suscitare larga condivisione. Quanto a Marchionne, ha ricordato come un grande gruppo multinazionale non possa che confrontarsi con il mercato globale. In sostanza, ha legittimato non solo Marchionne ma anche gli altri attori sociali che ne hanno condiviso il percorso, quindi le organizzazioni sociali che hanno negoziato e concordato con lui.
Lunedì 26 marzo il Pdl terrà la sua prima conferenza nazionale per il lavoro: con che impostazione?
Il tema sarà lavorare in più, di più e più a lungo. E aggiungo con più salario, cosa possibile se crescono le esperienze di imprese che si fanno comunità ovvero luoghi di condivisione delle fatiche e dei risultati. E per questo vogliamo ancor più detassati i salari di produttività.
Intervento in Aula sui crediti delle imprese verso le P.A.
Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, la mozione che vado brevemente ad illustrare tende a impegnare il Governo ad una migliore salvaguardia del patrimonio industriale ed occupazionale, reso precario anche da quei problemi di liquidità che si connettono alla difficile esigibilità di crediti nei confronti delle pubbliche amministrazioni.
In secondo luogo, essa è dedicata più in generale a promuovere una maggiore efficienza e responsabilità delle pubbliche amministrazioni soprattutto nei loro rapporti commerciali. Sorgono a questo proposito profili di carattere congiunturale e strutturale.
Sommariamente, ricordo che i profili di carattere strutturale si riconducono essenzialmente a due ordini di soluzioni: da un lato, gli obiettivi di più generale efficienza e responsabilità delle amministrazioni pubbliche centrali, regionali e locali, che possono essere conseguiti attraverso l’attuazione della riforma del bilancio in modo che cassa e competenza si avvicinino ad una misura fisiologica, allontanandosi da quella dimensione patologica che oggi le distanzia, attraverso l’attuazione del processo cosiddetto di spending review.
Ciò significa costruire il bilancio su base zero, su effettive esigenze e non sulla spesa storica, attuando infine il federalismo fiscale attraverso la definizione, già nell’anno in corso, dei costi standard in base ai quali ridisegnare il patto della salute e dei fabbisogni standard attraverso i quali superare finalmente il criterio della spesa storica nel finanziamento delle amministrazioni locali.
Dall’altro lato, appartengono ai profili strutturali gli atti di recepimento e di attuazione della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione, la quale garantisce procedure accelerate per l’acquisizione di un titolo esecutivo in rapporto a crediti vantati verso le pubbliche amministrazioni e stabilisce termini inderogabili, entro certi limiti, tra imprese e tra queste e le pubbliche amministrazioni per i pagamenti dei crediti commerciali.
A questo proposito, dobbiamo confermare l’articolo 14, introdotto dalla Camera dei deputati nell’ambito della legge comunitaria, che delega il Governo agli atti conseguenti per l’attuazione e il recepimento della direttiva comunitaria.
Vengo ora ai profili congiunturali, che potremmo definire anche emergenziali. Mi riferisco ai modi con i quali assorbire lo stock di circa 70 miliardi, accumulato dalle pubbliche amministrazioni in termini di mancata erogazione rispetto a crediti accertati. Si sono discusse diverse ipotesi. Vi è, ad esempio, quella individuata nell’articolo 13 della legge di stabilità, con la quale certificare crediti liquidi ed esigibili da parte di Regioni con i conti in ordine. Si è ipotizzata ancora, nel recente articolo 35 del decreto-legge sulle liberalizzazioni, una serie di misure, per un importo di 5,7 miliardi, così lontani tuttavia dai 70 miliardi che prima ricordavo. Si sono ipotizzate compensazioni con obbligazioni di natura fiscale, o ancora erogazioni attraverso i titoli di Stato. Ma per tutte queste ipotesi sorge un problema, vale a dire l’emersione del debito commerciale nel debito pubblico sulla base dei criteri di contabilità europea applicati da Eurostat.
Credo che, oltre agli interventi, pur lodevolmente previsti nel decreto-legge sulle liberalizzazioni, e all’attuazione di quanto disposto per la certificazione di crediti liquidi ed esigibili dall’articolo 13 della legge di stabilità, il Governo possa approfondire un’ipotesi che ci permettiamo di suggerire. Mi riferisco alla possibilità di una mutualizzazione del debito commerciale delle pubbliche amministrazioni attraverso l’accantonamento a bilancio di un fondo di ammortamento che possa sostenere garanzie dello Stato su crediti nei confronti delle pubbliche amministrazioni utili ad essere scontate presso la Cassa depositi e prestiti, che a sua volta potrebbe finanziarsi presso la Banca centrale europea.
Si tratta di un percorso che appare compatibile con i criteri di contabilità pubblica applicati in sede europea e quindi non tale da determinare un’improvvisa emersione del debito commerciale nell’ambito del debito pubblico del Paese, con relative conseguenze dal punto di vista degli impegni assunti in sede di Unione europea, tenuto conto che la Cassa depositi e prestiti è correttamente collocata all’esterno delle pubbliche amministrazioni, come accade per altri istituti analoghi in Europa.
Pensiamo infatti – e con ciò ho concluso – che sia necessario non soltanto individuare soluzioni tampone di modesta portata, ma anche realizzare un assorbimento strutturale che, da un lato, consenta alle pubbliche amministrazioni di realizzare la diversa dimensione di efficienza e responsabilità cui prima facevo riferimento e, dall’altro, garantisca le nostre imprese, che vivono non solo condizioni di nota instabilità nel contesto del commercio globale, reso precario da ben note ragioni, ma anche specifiche ragioni di sofferenza legate a crisi di liquidità dipendenti dal comportamento del sistema creditizio e anche da comportamenti non più consentiti alle pubbliche amministrazioni.
Articolo 18, intesa tra governo e partiti base minima di convergenza
L’intesa tra governo e partiti che lo sostengono in materia di lavoro costituisce una base minima di convergenza. Il tabù dell’art.18, dopo il primo atto di riforma attraverso il rinvio alla capacita’ della contrattazione aziendale ( art.8 della manovra estiva), e’ stato ulteriormente spezzato anche se con una scelta di fiducia in quella giurisprudenza che si e’ rivelata parte del problema. Circoscrivere in modo certo la sanzione della reintegrazione, tempi più brevi del processo e attuazione dell’arbitrato ne saranno il necessario complemento. Importante, a maggior ragione, diventa una linea di semplicità regolatoria dell’apprendistato e dei contratti a termine e ad orario modulato al fine di non complicare le modalità di ingresso nel mercato del lavoro. Decisiva e’ la scelta di non accrescere il costo del lavoro, soprattutto nelle piccole imprese. Alla base di questi interventi, non lo si dimentichi, deve essere la liberazione di una maggiore propensione ad intraprendere ed assumere in un tempo di aspettative incerte. L’ulteriore, conclusiva, fase di dialogo con le parti sociali, deve consentirci di comprendere in particolare se le imprese ritengono le norme ipotizzate migliorative o meno di questa propensione perché i posti di lavoro nascono da imprenditori che, nonostante tutto vogliono andare avanti e costruire ricchezza e lavoro attraverso il migliore coinvolgimento dei lavoratori nelle fatiche e nei risultati di percorsi aziendali condivisi. Pensare a riforme contro le loro rappresentanze sarebbe impossibile per ragioni legate alla crescita interna e alla credibilità europea ed internazionale dell’Italia.






