La mia intervista al Corriere della Sera

Sul lavoro l’esecutivo non deve consegnare a nessuno il potere di veto

ROMA — «La riforma del mercato del lavoro rappresenta la prova del nove per il governo». E il Pdl non farà sconti, sembra dire l’ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Finora l’esecutivo «ha fatto bene a praticare un intenso ascolto delle parti sociali». Ma sull’articolo 18 (licenziamenti) dovrà procedere con decisione «senza consegnare a nessuno il potere di veto». Sacconi non ha dubbi su cosa andrebbe fatto: «Lasciare il diritto al reintegro nel posto di lavoro sui licenziamenti discriminatori mentre in tutti gli altri casi il lavoratore va adeguatamente indennizzato in un contesto di maggiore tutela di disoccupati».
Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, dice che la modifica dell’articolo 18 non c’entra nulla con i problemi del mercato del lavoro e che non ha mai trovato un imprenditore che non abbia investito a causa di questa norma.
«Io so che è opinione di tutti gli organismi sovranazionali — e ricordo anche l’intervista dell’ambasciatore americano in Italia al Corriere — degli investitori esteri, delle organizzazioni d’impresa che l’articolo 18 costituisca una fortissima inibizione ad assumere e a farlo con contratti di qualità».
Il leader della Cgil, Susanna Camusso, dice che al massimo si può intervenire sui tempi delle sentenze. Quello della Cisl, Raffaele Bonanni, che si possono indennizzare solo i licenziamenti individuali per motivi economici.
«Il cuore del problema sono i licenziamenti disciplinari. Oggi il datore di lavoro sa che dovrà rinunciare a licenziare i dipendenti infedeli o incapaci perché consapevole che il giudice reintegrerebbe il lavoratore, magari con 7-8 anni di ritardo, e dovendo pagare tutti gli arretrati. Credo che non sia interesse di nessuno che questo sistema vada avanti, nemmeno dei sindacati che devono difendere la grande maggioranza dei lavoratori che fanno il loro dovere e i giovani che aspirano a lavorare rispetto alle minoranze di assenteisti o disonesti che la norma e la giurisprudenza rendono intoccabili».
Ma secondo lei il problema disciplinare è davvero così serio?
«Sì, per i motivi sopra detti e perché basta che in un’azienda di 20 persone ce ne sia uno incapace o infedele per creare problemi di coesione e di efficienza».
Il segretario della Uil, Luigi Angeletti, propone di individuare meglio le fattispecie della giusta causa.
«Con lucidità ha così accettato di affrontare il tema dei licenziamenti disciplinari».
È spuntata anche l’ipotesi dell’arbitrato sui licenziamenti.
«E’ la strada che aveva già indicato il nostro governo e che quello attuale può concretizzare, come dice la legge, in mancanza di un accordo tra le parti sociali. L’arbitrato volontario può certamente favorire soluzioni rapide delle controversie, ma non basta».
Sarebbe sufficiente limitare l’intervento a una sospensione dell’articolo 18 per i precari stabilizzati e le start up d’impresa?
«E’ paradossale che queste, che erano alcune delle motivazioni quando misi a punto il contestato articolo 8 che lasciava alle parti la contrattazione delle deroghe all’articolo 18, vengano fuori ora come ipotesi di intervento legislativo. Purtroppo aver rinunciato ad utilizzare la contrattazione aziendale per le sanzioni sui licenziamenti, come hanno fatto le parti sociali, ha portato alla reiterazione di una richiesta d’intervento sull’articolo 18 da parte degli organismi europei, che adesso non si accontenterebbero più di quello che forse avrebbero accettato prima».
Se governo e parti sociali non arriveranno a un accordo?
Il governo potrà recepire tutte le posizioni comuni tra le parti sociali come quelle già emerse in materia di ammortizzatori sociali, costo del lavoro, apprendistato. Ma su ciò per cui non c’è accordo il governo ha il dovere di decidere senza subire veti. Altrimenti vi sarebbe un vero e proprio regresso metodologico oltre che sostanziale».
È davvero convinto che si debba togliere l’articolo 18?
«No. Come ho detto, va corretto. Ma questo cambiamento avrebbe un significato in sé e per ciò che può indurre. Come fu per la scala mobile nel 1984, che ebbe un valore intrinseco nel bloccare l’inflazione ma diede anche l’idea di un Paese che sapeva reagire con discontinuità. Anche questa volta non bisogna fermarsi. Come si è visto sulle liberalizzazioni le resistenze conservatrici si sono rivelate una tigre di carta»